#62 Fare o non fare?
Il ritratto letterario di un imprenditore e una novità che ho procrastinato per un mese
Gli imprenditori mi affascinano perché a volte mi ricordano dei bambini che non riescono a smettere di giocare al loro gioco preferito.
Sono stanchi, hanno fame, è tardi, ma non vogliono rinunciare a quell’adrenalina, a quella presenza che mettono in tutto ciò che creano.
Non importa se il disegno non è perfetto, se al puzzle manca un pezzo, se le costruzioni cadono, il punto è tutto lì: nel fare e nell’esserci mentre si fa. Il risultato arriverà, ma intanto proviamoci, rischiamo, entusiasmiamoci, risolviamo problemi con creatività e poi si vedrà.
Matteo è così: un concentrato di energia, idee folli e geniali, giornate a incastro e visione che passa dall’azione. Riesco a immaginarlo bambino, mentre cerca, gioca, corre, gioca ancora, cade meglio e, nel frattempo, si diverte un mondo.
Questo ritratto letterario è per lui e per chi, in mezzo a tanto fare, vuole concedersi anche il rischio di non-fare. Per lasciare che le cose accadano, senza rincorse, senza riempire ogni vuoto fertile. E vedere cosa succede.
(Alla fine della newsletter ti svelo una piccola grande novità sui ritratti letterari 👀)
Ricetta del fare e del non fare
Sono sveglio dalle 5:00, non per scelta mia. Gabriele ha iniziato a strillare per motivi a me incomprensibili e si è calmato solo al suono della mia sveglia. Da qualche settimana mi alzo mezz’ora prima per prepararmi la schiscetta e mi sento come uno di quei salutisti convinti che fanno aperitivo con il pinzimonio di carote. Io non sono né salutista né convinto, ma oggi il piano alimentare mi ricorda che è il turno della quinoa. Proprio io che fino a un mese fa mi nutrivo di piadine al volo tra una riunione e l’altra, mi ritrovo alle 6:00 del mattino a sgranare la quinoa, a condirla con l’olio EVO e tutte le verdure colorate che ho scoperto grazie alla nutrizionista. Tutto questo lavare, pelare, bollire, tagliuzzare all’alba, in fondo, inizia a piacermi. Quando faccio, mi sento eterno: ho la sensazione che ciò che creo resterà anche dopo la mia morte. Forse la quinoa no, ma insomma ci siamo capiti.
Non ho mai creduto alla cazzata dell’inseguire i propri sogni, tant’è che di sogni non ne ho mai avuti, neanche da bambino. Quando mi chiedevano che lavoro volessi fare da grande rispondevo che, al massimo, sapevo cosa non volevo fare. Non volevo starmene imbambolato davanti a uno schermo tutto il giorno, oppure smanettare da solo chiuso in una stanza e neanche fare il lavoro di mio padre, noto geometra del comasco. Eppure sono finito a studiare all’ITIS informatico e oggi frequento cantieri quasi tutti i giorni. Tra poco inaugurerò la seconda sede di Actiwave, il centro di fisioterapia, sport e nutrizione che ho aperto quasi un anno fa in Ticino. La vita in cantiere mi procura la stessa adrenalina di questo piatto di quinoa alle verdure, che fino all’ultimo non so come verrà.
Mi piace vedere i progetti che prendono forma, stare nel brivido del tempo di mezzo, in cui tutto può ancora succedere o forse no. Oggi per esempio ho in programma di incazzarmi con l’ufficio di Sanità per il ritardo dell’ufficialità della nuova sede, che probabilmente dovrò posticipare scombinando i piani di tutti. Poi correrò a prendere Gabriele al nido e mi imporrò di non rispondere alle mail fino a stasera, quando si addormenterà beato e inconsapevole. Sembra una vita infernale, ma è l’unica in cui potrei stare. Starci bene, intendo.
Ogni volta resto stupito da come la quinoa riesca ad assorbire l’acqua e a gonfiarsi alla perfezione senza il mio intervento. Devo solo lasciarla in pace, a riposo. Questo fenomeno naturale mi dà fiducia, non tanto in me, quanto nel naturale andamento delle cose, che succedono o falliscono un po’ come piace a loro.
Anch’io sono sempre stato così. Non sono mai riuscito a fare bene ciò che non mi gratificava. All’università mi incazzavo quando dovevo imparare a memoria l’aneddoto del bianco-rosso-blu per l’esame di Storia della Medicina: io volevo sporcarmi le mani. Volevo toccare corpi, sentire muscoli, sciogliere tensioni senza perdermi in inutili chiacchiere. Allora mi ribellavo in silenzio e mi rifugiavo nella mia mediocrità di studente selettivo. Col senno di poi, penso che stessi ancora covando la mia strada, quella in cui preferisco essere prigioniero di me stesso, della mia quinoa e dei miei cantieri, piuttosto che di regole imposte da chissà chi.
50% di verdure, 25% di carboidrati integrali, 25% di proteine. Questo prevede il piatto unico bilanciato della nutrizionista. Per una volta seguo alla lettera le istruzioni, ma ci metto del mio con ingredienti sempre nuovi. Per esempio, chi aveva mai sentito parlare del topinambur? Sembra zenzero, ma sa di carciofo e ha un nome così divertente che lo inserisco a tradimento anche nei piatti che non lo prevedono. Le ricette però mi servono: mi danno la sensazione - o forse l’illusione - di potermi aggrappare a qualcosa, di avere una qualche forma di controllo. Come quando dico che il business è composto dal 70% di persone e dal 30% di visione. Sparo numeri, ma chi si trova davanti a me in quel momento annuisce come se stessi svelando una grande verità. In fondo con le persone ci so fare, forse questa è la mia salvezza.
L’ho capito presto, quella volta in cui ho ottenuto il mio primo impiego da fisioterapista con zero esperienza solo perché ho detto al datore di lavoro di essere bravissimo a cucinare la pizza e a riparare i boiler. Qualcuno lo chiama carisma, io faccio solo tutto quel che serve per evitare il famoso “scazzo esistenziale”. Sbagliare non mi fa paura - per esempio ora ho appena rovesciato troppo olio sulla quinoa - ma pensare che quello che faccio non abbia un senso sì, mi getta nel panico. Questo è lo scazzo esistenziale. Allora faccio, faccio ancora, faccio meglio, sbaglio tutto e poi ricomincio, in un loop infinito che mi porta nell’arco di poche ore a cambiare pannolini, pagare fatture ai fornitori e organizzare le serate di stand-up comedy da Sincero, l’osteria gourmet con cucina di mercato che ho aperto qualche anno fa nella pittoresca Capiago Intimiano. Sorrido se penso che il mio socio in affari si chiama come mio figlio: Gabriele. Il primo è quello che mi spinge a fare sempre di più, il secondo mi obbliga a fare meno. Ho bisogno di entrambi.
La quinoa è pronta. La sgrano con la forchetta e penso che, in fondo, è sempre la stessa storia: prepari il terreno, fai il necessario, poi a un certo punto devi coprire e lasciare riposare. Se continui a mescolare, rovini tutto. Non è mai stato il mio forte, lasciare riposare. Per anni ho pensato che il mio valore coincidesse con la quantità di cose che riuscivo a incastrare in una giornata. Più cantieri, più riunioni, più idee, più tavoli da riempire. Se qualcosa non funzionava, intervenivo io. Se mancava qualcosa, la creavo. Il lavoro era diventato l’estensione muscolare del mio ego. Poi qualcosa ha iniziato a vacillare e oggi il successo ha un suono diverso. È guardare Gabriele che corre sbilenco tra i tavoli del Sincero e l’altro Gabriele che gli passa un menu da colorare come se fosse la cosa più naturale del mondo. È mangiare una panna cotta e chiamarla “latte all’impiedi” solo perché è più divertente, magari insieme a Chiara, anche se siamo stanchi e il nostro unico sogno è quello di dormire otto ore di fila. Non sarà che ho iniziato a sognare proprio ora? È un collaboratore che prende una decisione senza chiedermi nulla e lo fa meglio di come l’avrei fatto io. Per anni ho vissuto cento vite in una, nella mia sbornia giovanile, convinto che più facevo più esistevo. Oggi mi interessa solo scegliere dove esserci e poi starci davvero. Starci bene, o quantomeno al meglio.
L’impiattamento delle schiscette resta comunque il mio forte, gli amici dicono che sembrano fatte con l’Intelligenza Artificiale per quanto sono estetiche. Sono le 6:30 e anche oggi sono pronto a costruire qualcosa, a lasciarlo vivere e a lasciarmi riposare, come questa dannata quinoa.
Questa è stata la risposta di Matteo dopo aver letto il ritratto, grazie 🙏
La parte in cui parlo dei ritratti letterari business
Negli ultimi quattro mesi ho scritto dieci ritratti letterari e ho visto l’effetto che possono fare. A volte ci si sente molto visti e molto capiti, in un modo nuovo. Per chi ha un’attività da raccontare, possono diventare uno spazio per fare chiarezza, per raccontarsi in modo onesto e per riconoscere il percorso fatto.
Si va a fondo, si scava, ci si mette un po’ a nudo ed è lì che emergono le nostre parole, i vissuti che ci hanno portato fin qui, quelle storie tra le righe che ci rendono unici.
Allora mi sono detta: “Perché non partire da qui anche per raccontarsi nel lavoro?”. Poi ho procrastinato per almeno un mese e alla fine eccomi qui.
Un ritratto letterario business ha lo scopo di raccontare il lavoro senza ridurlo a una lista di competenze o risultati. È pensato per imprenditori, imprenditrici e freelance con un percorso non lineare fatto di passaggi, cambi di direzione, intuizioni e domande.
Nel ritratto prende forma ciò che spesso resta implicito: il modo in cui si lavora, ciò che muove le scelte, il filo che tiene insieme esperienze diverse.
Da questo lavoro nasce un testo che puoi portare con te: puoi usarlo, intero o in parte, per la bio di LinkedIn o di Instagram, oppure come punto di partenza per nuovi contenuti e per raccontarti in modo più personale.
Se ti risuona e senti che è il momento giusto per ricentrarti nella tua comunicazione, rispondi a questa mail o compila il form sul sito: mi piacerebbe dare voce alla tua storia e, soprattutto, a te.





